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03/05/2008 - Senza ambientalisti, ci resta l'ambiente

In un sistema democratico, esultare per l'esclusione di una forza politica dalla rappresentanza parlamentare non è solitamente sinonimo di bon ton. Si dovrebbe provare (o perlomeno affettare) almeno un po' di contrizione. Che però i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, fagocitati dalla Sinistra Arcobaleno dei comunisti non-post (per cui il paradosso dei Verdi fuori e rossi dentro s'era rovesciato nella non meno paradossale formula dei rossi fuori e Verdi dentro), siano fuori dai giochi della politica che conta - da qualunque parte si osservi la questione - non si può considerare un male.
Con un peso politico teorico che non ha mai superato la soglia del 2,5 per cento, essi hanno per oltre vent'anni condizionato le scelte di politica ambientale, infrastrutturale ed economica del nostro Paese. Ci riuscivano stando all'opposizione - facendo leva sulla mollezza ideologica della Dc, sempre pronta a far propria qualsiasi idea degli avversari pur di ampliare la base del suo consenso - e ci sono riusciti, ancor di più, negli anni di governo con i due gabinetti Prodi, così come con quelli di Massimo D'Alema e Giuliano Amato. Ci sono riusciti, in parte, persino durante il quinquennio berlusconiano del 2001-2006, quando l'allora ministro Altero Matteoli si trovò ad essere (fatta salva la parentesi di pochi mesi del '94, troppo breve per giudicare) il primo politico a dover affrontare organicamente la questione ambientale in Italia da una prospettiva liberalconservatrice. L'opinione di chi, in questo Paese, ha a cuore una politica liberista è che non ci sia riuscito appieno, condizionato sostanzialmente da due fattori: dalla matrice statalista della sua cultura politica d'origine, ma soprattutto dal fatto di non disporre - a differenza dei Pecoraro & Co. - di un'adeguata classe dirigente che sapesse parlare di ecologia in termini differenti (ossia nei termini dell'ecologia di mercato, che è l'unica alternativa possibile all'ecosocialismo dei Verdi italiani) da quelli abituali. Tra i consulenti e agli incontri organizzati dal ministero in quegli anni, invece, i maggiorenti di Legambiente (riserva extraparlamentare dei Verdi) hanno continuato a fare il bello e il cattivo tempo. Come nella cultura e nelle arti, l'egemonia della sinistra sulle politiche ambientali non è mai venuta meno.
Nonostante l'esclusione dei Verdi da Montecitorio e da Palazzo Madama possa essere salutata positivamente nella prospettiva di un rasserenamento del dibattito politico sull'ambiente e i suoi diritti in Italia, il pericolo che il grande equivoco del 2001-2006 si riproponga c'è ancora. In questi anni, salvo pochi e sporadici tentativi di dar vita a qualche formazione localistica o a qualche lista seminomonima di disturbo, il centrodestra prima e il Popolo della libertà poi hanno fatto ben poco per promuovere una cultura ecologista liberale e liberista da contrapporre - una volta al governo - in modo organico a quella dei Verdi. Il dibattito in Parlamento potrà anche registrare il beneficio dell'assenza degli ecostatalisti, ma difficilmente potrà arricchirsi se gli esponenti di tutti gli altri partiti - di maggioranza e di opposizione - continueranno a far loro, consciamente o no, le parole d'ordine dell'ambientalismo militante di sinistra. Continuare a credere che il protocollo di Kyoto sia una Bibbia imprescindibile, che il riscaldamento globale sia un fenomeno allarmante e indiscutibilmente riconducibile all'uomo, che le fonti energetiche alternative come il solare e l'eolico siano davvero, da sole, una risposta esaustiva al fabbisogno energetico nazionale e che lo Stato debba conservare quanto più possibile la proprietà del patrimonio ambientale del Paese vanificherebbe in partenza ogni sforzo di far incamminare l'Italia sulla strada della libertà economica e dell'autentica tutela ambientale che è, innanzitutto, tutela dei diritti di proprietà privata. Significherebbe accontentarsi di vincere le elezioni, ma non saper poi cosa fare del Paese una volta passata l'euforia del successo.
Alan Patarga

(© La Cronaca di Piacenza, 1 maggio 2008)