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07/03/2008 - A loro il mondo piace caldo e capitalista

A loro il mondo piace caldo e capitalista

Se non credete che il capitalismo abbia effetti ambientali positivi, entrate nel cesso di un aeroporto". Don Boudreaux, capo del dipartimento di Economia alla George Mason University (lo stesso del premio Nobel, Vernon Smith) suggerisce questa prova ai credenti nel dogma ambientalista. "Qualunque cosa voi dobbiate fare, è tutto calcolato: non dovrete toccare nulla se non voi stessi. Lo sciacquone si attiva automaticamente, se dovete sedervi potete coprire l'asse, acqua e sapone scendono non appena passate la mano davanti al rubinetto, e così via. Insomma: il mondo non è mai stato tanto pulito e igienico come lo è oggi, e tutto ciò grazie al capitalismo". Boudreaux è uno degli oltre cento speaker all'International Conference on Climate Change organizzata dal pensatoio americano Heartland Institute a New York assieme a una coalizione di 52 think tank tra cui l'Istituto Bruno Leoni. Joe Bast, presidente dell'Heartland, inaugura i lavori con una provocatoria, e liberatoria, domanda retorica: "Il riscaldamento globale non è una crisi. Riuscite a sentirci, adesso?". L'interrogativo è rivolto ai professionisti del clima-che-cambia, i quali fondano l'intera loro argomentazione, e le conseguenti richieste di policy, sull'esistenza di un asserito consenso scientifico, economico e politico sulla necessità di prendere contromisure. "Questo consenso - gli fa eco il collega James Taylor - non esiste. In questa sala sono presenti cinquecento persone provenienti da decine di paesi, sono rappresentate dozzine di università, ci sono economisti e scienziati. Secondo noi il global warming non è in alcun modo un problema".
Organizzare una conferenza di questo tipo, per questi signori, dev'essere stato un peso. Si percepisce dal tono di ovvietà, spesso velato dal sense of humor, dei loro interventi. Perché, come spiega bene il climatologo Pat Michaels del Cato Institute, il think tank di riferimento dei libertari americani, "il global warming non è una priorità e non c'è verso che possa diventarla" per il semplice fatto che, se pure si dimostrasse che le temperature medie globali stanno aumentando da qualche decennio a questa parte, tali incrementi sono talmente irrisori da non poter costituire un problema né oggi né domani. A quantificarli è Yuri Izrael, direttore del dipartimento di Climatologia globale ed ecologia dell'Accademia russa delle scienze e vicepresidente dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), la commissione dell'Onu sui cambiamenti climatici che ha spartito lo scorso ottobre con Al Gore il premio Nobel per la pace. "In realtà - spiega lo scienziato, principale consigliere scientifico del presidente russo, Vladimir Putin - le temperature non sono cresciute che di 0,74 gradi centigradi nell'ultimo secolo e non esistono elementi che indichino una sostanziale variazione del trend. Poi è indubbio che si potrebbero fare molte cose per assicurarci il mantenimento delle attuali condizioni climatiche sul pianeta, che sono ottimali, ma si tratterebbe di iniziative molto costose sulle quali sarebbe il caso semmai di aprire una riflessione nel corso di una conferenza internazionale ad hoc. Si potrebbero immettere aerosol nell'atmosfera per favorirne il raffreddamento, si potrebbe pensare a un meccanismo di riflessione dei raggi solari che, sottraendo circa l'un per cento di luce solare alla superficie terrestre, porterebbe all'abbassamento di circa un grado della temperatura media del nostro pianeta. Sarebbero iniziative sicuramente meritevoli, ma allo stato attuale difficilmente realizzabili proprio perché nulla lascia intendere che ce ne sarà poi un gran bisogno. In poche parole, il fenomeno del global warming non ha affatto i contorni di una crisi". Izrael, come Michaels, fa parte della schiera - non proprio maggioritaria, da queste parti - di chi sostiene che in effetti da una trentina d'anni a questa parte abbia cominciato a fare più caldo. Tutti concordano, però, che gli incrementi delle temperature sono stati tutto sommato irrisori e che le loro cause siano naturali. L'uomo e lo sviluppo industriale, insomma, non c'entrano nulla. Secondo David Douglass, fisico dell'Università di Rochester, "fa più caldo oggi di trent'anni fa per il semplice motivo che, nel corso del Novecento, c'è stato un periodo - compreso tra la fine degli anni Cinquanta e il 1980 - di irrigidimento delle temperature medie. Non a caso, quando i sostenitori della teoria del global warming devono citare dei dati a sostegno delle loro tesi, parlano sempre del trend a partire dal 1979, con la scusa che è da allora che gli strumenti di rilevazione si sono fatti più sofisticati. Questo è anche vero, ma è vero pure che il parziale riscaldamento delle temperature a partire dal 1980 non è altro che il ‘recupero' delle medie di metà secolo. Perché fino alla fine degli anni Quaranta faceva caldo né più né meno di adesso. Questi sono dati certi, non previsioni ricavate da modelli statistici". Di modelli statistici Douglass è un esperto. E' stato lui, qualche mese fa, a pubblicare uno studio sull'International Journal of Climatology che metteva in evidenza come i ventidue principali modelli utilizzati dall'Ipcc per predire l'apocalisse prossima ventura fossero tutt'altro che attendibili: "Ho provato ad applicarli al passato, di cui conosciamo ovviamente i dati nel dettaglio. Ebbene, quel che è venuto fuori è che tra il 1958 e il 1978 ci sarebbe stato un costante trend di crescita delle temperature medie. Un modello ineccepibile. Peccato però che nello stesso periodo i termometri di tutto il mondo non facessero che scendere anno dopo anno, tanto che verso la fine dei Settanta si temeva il global cooling, il raffreddamento globale".
Discorso analogo si potrebbe fare per gli uragani, che nel suo documentario premiato con l'Oscar, "Una scomoda verità", l'ex vicepresidente Al Gore sostiene siano stati "rafforzati dal trend di surriscaldamento globale". Ditelo a James O'Brien, docente di Meteorologia e Oceanografia alla Florida State University, che di tempeste tropicali e affini si intende sia per gli studi sia per il fatto di vivere sulla frontiera americana degli uragani. Vi dirà più o meno così: "A dire il vero quelli di debole intensità, negli ultimi decenni, sono diminuiti, mentre quelli di forza 3 o 4 sono tutto sommato stabili da moltissimo tempo. La media del ventennio 1986-2005 è infatti di poco superiore a quella del periodo precedente, quello compreso tra il '66 e l'85. In compenso è statisticamente uguale a quelle del resto del secolo. E se volessimo essere pignoli, potremmo notare semmai che il periodo di maggior ‘turbolenza' è stato quello compreso tra il 1946 e il 1965". Quando, cioè, le temperature medie a livello globale erano in netta fase calante.
Che il fronte dell'ambientalismo cerchi di attribuire all'uomo quel che dell'uomo non è, lo sostiene pure Christopher Monckton, terzo visconte di Brenchley, un lord britannico che si diverte a costruire rompicapo come il cubo di Rubik, offrire una ricompensa con molti zeri a chi riesce a risolverli, e incassare la differenza. Lui, che negli anni del thatcherismo era uno dei consiglieri nella cerchia ristretta della Lady di ferro e che da qualche anno è diventato l'incubo di Gore (lo ha sfidato pubblicamente più d'una volta, ma l'ex vice di Clinton non ha mai raccolto l'invito), spiega tutto con l'attività solare "aumentata esponenzialmente dall'inizio del Settecento: basti pensare che tra il 1700 e il 1735 le temperature medie crebbero di 2,2 gradi centigradi. Cosa direbbero, oggi, gli ambientalisti se accadesse la stessa cosa? Il fatto è che negli ultimi settant'anni abbiamo avuto un'attività solare paragonabile soltanto a quella di circa ottomila anni fa e che non durerà ancora per molto. Il solar cooling è già iniziato ed entro dieci anni cominceremmo ad accorgercene". E se queste valutazioni paiono confermare un parziale aumento delle temperature, sia pure mai riconducibile all'uomo, c'è chi mette in questione il fatto stesso che faccia anche soltanto un po' più caldo di prima. Ross McKitric, che insegna Economia dell'ambiente all'Università di Guelph, in Canada, e assieme a Stephen McIntyre ha demolito il grafico "a mazza da hockey" che è la colonna portante delle tesi dell'Ipcc, è tra questi: "Spesso le rilevazioni delle temperature sono viziate dalla vicinanza delle centraline ai centri più densamente popolati o agli aeroporti. Vicino, insomma, alle principali fonti di calore. Gli studi che dimostrano come gli elementi non climatici sono l'elemento che più d'ogni altro porta alla distorsione dei trend termici e, di conseguenza, al pregiudizio per cui staremmo vivendo un fenomeno di riscaldamento globale. I trend ‘ripuliti' non mostrano infatti nessun incremento particolare delle temperature". Un argomento che trova una sponda nel meteorologo Anthony Watts, autore di un recentissimo censimento delle stazioni di rilevamento americane. Secondo lui, la maggior parte di esse è quantomeno datata, parecchie sono semiabbandonate nel deserto e una di esse, a pochi chilometri dalla Death Valley, ospita persino un minimarket.
L'aspetto più delicato della faccenda sta però nella convinzione che l'effetto serra possa essere risolto grazie alla magia dell'intervento pubblico. Dice Boudreaux: "Gli ambientalisti ci accusano di essere negazionisti del clima? Ma noi non ignoriamo l'aumento delle temperatura. Piuttosto, denunciamo la loro ignoranza e li accusiamo di essere negazionisti della public choice". La public choice, che ha proprio nella George Mason University uno dei suoi templi, aiuta a comprendere che i governi non sono mossi dall'interesse generale, ma dalle minoranze organizzate. "Sappiamo bene - prosegue l'economista - che lo sviluppo economico può creare esternalità, e che il global warming può esserne un esempio. Ma sappiamo anche che pure l'intervento del governo, sebbene diretto a risolvere questo problema, crea il suo set di esternalità che in questo caso ci pare ben più minaccioso". Quali esternalità generano le politiche climatiche? Essenzialmente, esse si configurano come un freno allo sviluppo. Il nesso tra crescita economica e aumento delle emissioni è inestricabile: tra il 1991 e il 2000, 151 pesi hanno visto crescere le loro emissioni e solo 47 le hanno ridotte. Di questi, 31 hanno visto pure ridursi il pil pro capite. Ne restano soltanto sedici: otto sono paesi ad altissimo reddito (come Lussemburgo e Danimarca) che si collocano sul lato destro della cosiddetta curva di Kuznets ambientale, ossia il grafico che mostra come qualunque inquinante, al crescere del reddito, prima aumenta, e poi inizia a diminuire quando la società è abbastanza ricca da potersi permettere l'adozione di tecnologie a basso impatto ambientale. Degli altri, due sono economie in transizione, otto sono invece paesi a bassissimo reddito come il Sudan e il Ciad. Complessivamente rappresentano lo 0,04 per cento delle emissioni globali e lo 0,23 per cento del pil. Attacca Andrei Illarionov, ex capo consigliere economico di Vladimir Putin entrato in rotta di collissione con lo zar russo dopo la svolta autoritaria avviata nel 2003 con l'arresto di Mikhail Khodorkovskij: "Il sentiero verde è esattamente quello percorso da quest'ultima categoria di paesi, che emettono poco perché sono poverissimi e viceversa. Le politiche di contenimento delle emissioni, infatti, colpiscono soprattutto i paesi con un alto tasso di crescita e i ceti poveri delle nazioni ricche: se davvero vogliamo ridurre le emissioni, dobbiamo accettare il principio per cui la crescita economica va sacrificata. Oppure, ed è la scelta più ragionevole, tenerci un mondo più caldo e più ricco". Non che l'Unione europea, che ha fatto della "leadership globale nella lotta al cambiamento climatico" la sua raison d'ętre, stia consapevolmente muovendosi verso l'impoverimento. Dice al Foglio John Fund, editorialista economico del Wall Street Journal: "La questione climatica è la scusa che Bruxelles utilizza per accelerare il processo di centralizzazione e pianificazione dell'economia. Ma si tratta di una politica miope, perché gli europei, se non cambiano atteggiamento, nel lungo termine saranno sì ancora vivi. Ma saranno poveri".
I numeri dicono che Fund qualche ragione ce l'ha. Nell'arco del Ventesimo secolo la temperatura è cresciuta di circa 0,7 gradi, il pil mondiale del 1.800 per cento. In un certo senso, il lieve riscaldamento sperimentato dal pianeta - ammesso che sia effettivamente attribuibile all'influenza umana - sarebbe il conto da pagare per l'incredibile miglioramento del benessere in quasi ogni angolo del mondo, perfino nelle zone più arretrate. E, se lo sviluppo è l'effetto e il riscaldamento è il prezzo, all'equazione mancano due fattori: il mezzo, cioè la disponibilità di energia affidabile e a basso costo (resa possibile dalla capillare diffusione delle fonti fossili), e la cornice istituzionale, cioè il capitalismo. La trama del movimento anti global warming sembra allora assumere un aspetto nuovo: non già questione ambientale, ma battaglia ideologica e politica che si gioca tutta sul piano delle idee. L'ex capoeconomista dell'Ocse, David Henderson, esprime una visione molto chiara: "Siamo di fronte a quello che io chiamo salvazionismo globale. La dottrina salvazionista ha due principali aspetti, nati divisi ma che oggi si presentano uniti e si materializzano, per esempio, nell'Ipcc e in tutte le agenzie Onu: da un lato c'è il salvazionismo dello sviluppo, che riguarda le fortune economiche dei paesi poveri, dall'altro il salvazionismo ecologico. In entrambi i casi ci sono due elementi: un'immagine scura, se non allarmista, delle tendenze in atto, e la convinzione che esistano dei rimedi i quali richiedono un intervento dei governi e della comunità internazionale. Il salvazionismo, dunque, combina una diagnosi allarmista a una terapia collettivista".
Se la versione dominante del movimento ambientalista si configura come una sorta di chiesa laica e secolarizzata - pagana per certi versi, figlia di un'eresia cristiana per altri - il climatologo dell'Arizona State University, Robert Balling, ricorda il "dovere dello scetticismo", a cui ogni scienziato non può sottrarsi. Nessuna verità scientifica, sottolinea, può essere accettata per fede: tutto va messo in discussione, e se una certa spiegazione, come il global warming, viene invocata come un passepartout per qualunque fenomeno, il caldo e il freddo, la pioggia e la siccità, allora è il caso di preoccuparsi. "Non c'è differenza tra Al Gore e il televangelist Pat Robertson - se la ride il comico Tim Slagle - tutti e due promettono terremoti, maremoti e carestie. Solo che uno se la prende con omosessuali e femministe, l'altro con i Suv e l'iPod".
Alan Patarga e Carlo Stagnaro

(© Il Foglio, 5 marzo 2008)