Comincia oggi a Honolulu nelle Hawaii il meeting sul riscaldamento globale voluto dal presidente americano George W. Bush. Si tratta della prosecuzione del dialogo avviato a Washington a settembre tra i sedici maggiori responsabili delle emissioni di anidride carbonica (escluso l'Iran). Al vertice interverranno infatti - oltre agli Usa - Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Messico, Russia, Sudafrica, Corea del Sud e Regno Unito. Saranno presenti anche delegazioni dell'Unione Europea e delle Nazioni Unite. A cosa punta, l'inquilino della Casa Bianca? I critici lo accusano di voler dipingere di verde un mandato non brillante, ma restano persuasi che egli sia il nemico numero uno del clima, come dimostrerebbe anche il comportamento tenuto dalla delegazione americana a Bali, ostile alla definizione di un accordo post-Kyoto.
Certamente, Bush ha in mente anche un obiettivo di immagine, ma non è questo a guidarne le decisioni. In fondo, la sua carriera politica è ormai giunta al termine e non ha più bisogno di risultare "sexy" agli occhi di soggetti che, peraltro, gli sono pregiudizialmente avversi. Piuttosto, egli si pone un fine più ambizioso: mostrare che un'altra politica del clima è possibile e che i dubbi americani su Kyoto non dipendono dal disinteresse per le questioni ambientali, ma dal motivato scetticismo per i metodi adottati da quella che eufemisticamente si definisce la comunità internazionale, ma che invece è il club ristretto dei paesi europei e pochi altri (i soli che abbiano assunto impegni vincolanti nell'ambito del trattato del 1997).
La politica a cui punta Bush poggia su tre pilastri. Il primo è la semplicità: la sfida del global warming è vasta e si estende su un orizzonte temporale assai lungo. E' assurdo, dunque, tentare di vincerla con pletoriche riunioni nelle quali il processo decisionale non arriverà mai a conclusione. Meglio invitare quei pochi che veramente contano (i sedici di Honolulu totalizzano oltre i due terzi delle emissioni globali) e tentare di raggiungere con loro un accordo quadro. Secondo, le politiche climatiche non debbono cozzare contro i fini della crescita economica e della sicurezza energetica: devono anzi essere concepite coerentemente con le altre direttrici dello sviluppo globale. Terzo, se si vogliono davvero ridurre i gas serra, non bisogna costruire polverosi meccanismi burocratici, ma puntare sull'innovazione e il trasferimento delle tecnologie esistenti ai paesi che ancora non le hanno.
La scommessa, qui, è duplice. Da un lato, l'amministrazione americana è ragionevolmente convinta che, a meno di non voler adottare politiche dittatoriali, è di fatto impossibile, e non sarebbe neppure desiderabile, chiedere alla gente di mutare stili di vita, o di rinunciare alle opportunità faticosamente conquistate. Meglio, quindi, investire sul progresso, in modo da poter ottenere lo stesso consumando meno energia. Dall'altro, vi è la consapevolezza che le economie emergenti stanno alimentando la loro crescita con mezzi obsoleti: una centrale a carbone cinese brucia circa il doppio del combustibile di una europea, a parità di elettricità prodotta. L'apertura e l'integrazione dei mercati può accelerare il ricambio tecnologico e contribuire all'adozione di standard superiori per le nuove installazioni industriali. Forse questa ricetta lascerà insoddisfatti i nostalgici dei piani quinquennali alla Kyoto, ma è l'unica che può funzionare.
Carlo Stagnaro
(© "Libero Mercato", 30 gennaio 2008)