La mia formazione in parte canadese mi spinge a fare affidamento sulle parole del vecchio maestro torontino Marshall McLuhan.
Se è vero che "il mezzo è il messaggio", allora per capire meglio come mai le ragioni dell'ambientalismo piacciano tanto e quelle dei cosiddetti "ecoscettici" non "buchino" mai, sarebbe meglio partire dai media utilizzati per veicolare i rispettivi messaggi.
Partiamo dal fatto che uno dei principali testimonial della campagna mondiale per smascherare l'allarmismo climatico sia Christopher Monckton, terzo visconte ereditario di Brenchley, un lord ereditario che ricorda un po' Igor/Aigor di Frankenstein junior e che spesso indossa il kilt.
Una delle più celebri testimonial delle campagne ambientaliste e animaliste in giro per il mondo è invece Pamela Anderson. Una cosa è sicura: ammesso che indossi qualcosa, e non è un'evenienza così frequente, lei il kilt non lo mette mai.
Su un altro fatto possiamo star certi: Lord Monckton sa tutto di climatologia, è stato per anni uno dei più ascoltati consiglieri di Margaret Thatcher, è l'uomo che è riuscito - finanziando di tasca propria il ricorso di un papà camionista - a far dire all'Alta Corte di Londra che "Una scomoda verità", ovvero il film-manifesto dell'ambientalismo militante prodotto da Al Gore "non è adatto alla proiezione nelle scuole del Regno Unito" perché le teorie che espone "sono spesso frutto di imprecisioni e pregiudizi politici".
Il visconte inglese ha persino prodotto un documentario intitolato "Apocalypse? No!" per smascherare tutte le contraddizioni di Gore e degli scienziati che - come l'ex vicepresidente americano - girano il mondo andando a raccontare la storia di un pianeta agli sgoccioli sempre più caldo e quindi, secondo loro, invivibile, per colpa dell'uomo.
Quanto a Pamela Anderson, il suo curriculum è sotto gli occhi di tutti.
Per chi non si accontenta dei paginoni centrali, ecco i dati: dodici copertine di Playboy, più di qualunque altra playmate nella storia dell'erotismo patinato; il ruolo di coprotagonista della serie tv Baywatch; apparizioni in pellicole di spessore come Scary Movie 3 e Borat.
Silicone a parte, il confronto sarebbe improponibile.
Eppure, sui giornali italiani, americani o coreani faticherete non poco a trovare un'intervista o anche solo una fotonotizia sulla campagna anti-Gore promossa da anni, con parecchi scienziati e con dati inoppugnabili, dal gentiluomo britannico.
Delle notizie relative alle campagne degli animalisti del Peta guidati dalla procace ex bagnina, invece, non ci facciamo mancare nulla.
Potenza del mezzo, certo, per tornare a McLuhan. Ma non soltanto.
Da anni sentiamo ripetere che i tg e i giornali sono pieni di brutte notizie. Che si parla troppo di catastrofi, stragi, violenze, guerre e troppo poco delle belle notizie.
A parte il fatto che le belle notizie sono spesso delle non notizie (dal momento che la guerra è assenza di pace, mentre la pace non è assenza di guerra, è semplicemente la normalità, si spera), c'è da dire che la strategia di chi predica la normalità del clima è perdente da tutti i punti di vista: parla, per l'appunto, di un clima normale, e quindi di qualcosa che non fa notizia, però appare composta da una massa di inquinatori e cementificatori che non hanno a cuore il destino del pianeta nel quale vivono.
Per i media, insomma, gli "ecoscettici" sono brutti, sporchi e cattivi e, peggio ancora, non dicono nulla di interessante (il clima è sempre stato variabile, state tranquilli, la Terra e il genere umano non scompariranno).
L'ambientalismo, agli occhi del giornalista medio, è invece quanto di più sexy possa esserci, anche senza Pamelona Anderson.
Figuriamoci con.
Innanzitutto, l'ambientalismo piace alla gente che piace: Al Gore, Pamela Anderson, Leonardo DiCaprio. La parata delle stelle della politica e del cinema che si impegnano, a parole, per la difesa della natura è degna della più veltroniana delle kermesse, tanto che probabilmente non sarebbe facile distinguere l'inaugurazione del congresso mondiale del Wwf e la serata delle premiazioni alla Festa del Cinema di Roma.
In secondo luogo, l'ambientalista parla di quel che piace ai media: ossia di catastrofi.
Perché sarà pur vero che il maremoto in Bangladesh con diecimila morti fa meno notizia del crollo di una palazzina con dieci feriti a Marassi, però meglio un maremoto esotico di niente.
A dire il vero, "Una scomoda verità" è il catalogo mondiale delle catastrofi: nel film l'ex vice di Clinton riesce a dirci, in cento minuti scarsi, che:
- moriremo tutti dal caldo;
- chi non morirà di caldo verrà sommerso dagli oceani che si alzano;
- chi non morirà né in un caso né nell'altro non avrà di che sfamarsi;
- chi non morirà né di caldo, né annegato, né di fame probabilmente diventerà lui stesso cibo per gli orsi bianchi, a loro volta destinati a scomparire in blocco a causa dello scioglimento dei ghiacci artici;
- chi riuscirà a sfuggire all'afa, all'acqua, ai morsi della fame e a quelli degli orsi non riuscirà a respirare perché nell'aria ci sarà, ormai, soltanto anidride carbonica e niente più ossigeno.
A parte il fatto che Gore trascura il ruolo fondamentale che un'altra razza animale potrebbe avere in un simile frangente, ossia i gatti neri, c'è un altro aspetto importante da analizzare per spiegarci come mai non solo Pamela Anderson ma addirittura il gran trombato della Florida sia diventato all'improvviso sexy.
Non soltanto l'ambientalismo militante è composto da maggiorate, bellocci hollywodiani e politici con molto tempo libero.
Non soltanto esso parla di ciò che i giornalisti vogliono sentirsi dire per poter fare titoli a caratteri sempre più cubitali.
C'è un di più che spiega la formula vincente della propaganda verde.
E' la stessa formula che ha consentito a regimi dispotici di sopravvivere per quasi cent'anni in nome dell'uguaglianza di tutti gli uomini. Di quegli stessi uomini cui si negava, perché il partito aveva altro a cui pensare, l'acquisto di un comodino per la camera da letto.
L'ambientalismo è esattamente come il comunismo: si prende un fine nobile - in un caso la salvaguardia della natura, nell'altro il diritto di tutti gli uomini a sostentarsi dignitosamente - e lo si usa per sdoganare obiettivi sostanzialmente opposti.
Nel nostro caso, l'ambientalista dice di voler salvare l'ambiente, ma sotto sotto fa il tifo perché le catastrofi arrivino veramente e poter dire che lui l'aveva detto. A dire il vero, la stragrande maggioranza degli ambientalisti è affine anche nell'ideologia, oltre che nel metodo, al modello di sviluppo, o se preferite di sottosviluppo socialcomunista.
Ne è la dimostrazione la fede incrollabile nelle regole sulle emissioni di sostanze chimiche nell'aria, sugli stili di vita dei singoli cittadini e su mille altre cose che ricordano tanto da vicino l'ingerenza del Partito comunista dell'Unione sovietica nella vita privata dei suoi cittadini. Pardon, sudditi.
Ma questo è un altro discorso.
Qui stiamo cercando di analizzare il perché l'ambientalismo sia sexy, agli occhi dei media, e perché il realismo ambientale ed energetico non lo siano affatto, sebbene in termini di efficacia, e non di appeal mediatico, il risultato dovrebbe essere l'opposto.
Ci sono quindi tre livelli di comunicazione che, per il momento, segnano un evidente tre a zero a favore della propaganda verde.
Anzi, proprio ora ci accorgiamo che i punti, più che tre, sono già quattro.
Loro hanno una propaganda "verde", abbiamo detto.
Facciamo finta di essere tutti, io lo sono, tra gli ecorealisti, anziché tra gli ecoallarmisti.
Loro si sono presi decisamente un bel colore, il verde.
E' il colore della primavera, dei prati, degli alberi.
E' senza dubbio un colore positivo e che sa di vita.
Di questi tempi, almeno al Nord, garantisce anche un discreto successo elettorale.
E noi? Primo punto a loro favore: loro il colore ce l'hanno.
Noi no.
A dire il vero ce l'avremmo, ma mentre l'essere verdi ormai non vuol più dire essere invidiosi ma soltanto essere a favore dell'ambiente, nessuno ha idea di cosa significhi essere blu. Fifa a parte, intendo.
Il blu, come spiegò molto bene alcuni anni fa il filosofo americano Michael Novak intervenendo a un convegno veneziano della Fondazione Liberal - cito testualmente - "è il colore dell'acqua che copre il cento per cento della superficie terrestre. Blu è il cielo pulito. Chi ha a cuore la salute del pianeta, se è realista, non dovrebbere scegliere il verde. Il blu è il colore della libertà, dell'iniziativa personale, dell'intrapresa: le tre chiavi che spiegano, per esempio, la tumultuosa crescita di paesi come l'India e la Cina".
Novak, in quell'intervento, disse molte altre cose, alcune molto interessanti.
Però sancì il diritto degli ecorealisti ad avere un colore, né più né meno dei verdi.
Quel colore è il blu, appunto.
E non è un caso che l'ultimo libro di Vaclav Klaus, l'economista conservatore da cinque anni presidente della Repubblica ceca, si intitoli "Pianeta blu in catene verdi".
Come non è un caso che l'unico movimento di ecologismo liberale che abbia avuto un suo appeal, in Europa, sia stata l'Ecologie Bleue di Natalie Kourischko-Morizet, oggi viceministro dell'Ambiente del governo sarkozista di Francois Fillon.
La differenza, appunto, è che nessuno sa cosa rappresenti il blu anche perché nessuna associazione, nessun movimento o nessun centro di studi presumibilmente ecologista e liberalconservatore ne ha mai fatto la propria bandiera.
Ma torniamo al tre a zero.
Il primo gol, per restare alla metafora calcistica, la squadra verde lo segna proprio con i giocatori: loro hanno un dream team di perfetti incompetenti molto belli da vedere e da spogliare.
I blu, invece, schierano un undici di grandi scienziati poco telegenici, un po' supponenti per non dire antipatici, che per giunta indossano il kilt presumibilmente senza mutande.
Il secondo punto, i verdi lo segnano con il messaggio, che è al tempo stesso forte e positivo. E' forte perché sullo sfondo lascia intravedere le peggiori catastrofi (e i media così ci vanno a nozze), ma è positivo perché con spirito pseudofrancescano gli ambientalisti si ergono a tutori della natura, amici degli orsetti del cuore che trascorrono le loro giornate a conversare con gli usignoli.
I blu, che non fanno sapere di essere blu ma che si lasciano dipingere come grigi, hanno invece a disposizione un messaggio debole e negativo.
E' debole perché, concentrandosi sulla natura e non sull'uomo - cioè cedendo all'avversario la scelta del campo sul quale giocare - parla di un ecosistema sostanzialmente in equilibrio, e quindi non in pericolo. Insomma, della piatta normalità.
E' negativo perché, per dimostrare che le cose stanno così e non come dicono Al Gore e soci, i blu hanno scelto la via della confutazione. Ossia una campagna "anti".
L'immagine che più gli si confà è quella dei dotti gesuiti del 1600 che trovavano errori su errori nell'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Ora come allora, tutti sanno chi è l'Erasmo di turno, nessuno o quasi si ricorda i nomi dei gesuiti.
Io, per esempio, non me li ricordo.
Il terzo gol i verdi lo segnano a porta vuota.
Con queste premesse, loro diventano i paladini della natura, mentre i blu sembrano tanto i tifosi dell'inquinamento. Quelli che, anziché parlare con gli uccellini, se va bene li mangiano con la polenta.
Il triplice errore di comunicazione degli ecorealisti, concludendo, è tutto nella scelta di campo.
Giocando su quello dei diritti della natura, e della contrapposizione tra essa e l'uomo, gli ambientalisti "vecchio stile" avranno sempre vita facile a dipingere l'uomo come causa di tutti i mali e di tutte le scarsità di risorse e di parlare di loro stessi come dei soli in grado di affermare i diritti delle piante e degli animali.
E' giocando invece sul terreno dei diritti di libertà dell'uomo nella natura - e non contro di essa - che si potrebbe rovesciare la prospettiva, ribaltare il tre a zero, e da grigi essere finalmente visti come blu.
Partiamo dal messaggio. Abbiamo anche noi blu una catastrofe da agitare, ed è quella della privazione della libertà.
Se lo Stato ti dice quanto tenere accesa o spenta una lampadina in casa, come comportarti nella tua vita privata persino quando tiri lo sciacquone, cosa fare e cosa no, se questi stili di vita imposti dall'alto da una autorità che si dice laica ma che finisce per cedere ai richiami di una religione panteista finiscono per impoverirci giorno dopo giorno, allora la catastrofe c'è e - a differenza di quelle millantate da Al Gore - è realmente vicina.
Il messaggio è forte, ma è anche positivo.
Perché si tratta di difendere la conquista di millenni di civiltà, di progresso, di democrazia.
Non ci saranno mai risorse finite, a questo mondo, fino a quando non saranno posti limiti all'unica risorsa veramente infinita, che è il genio umano.
Eccolo, il messaggio forte e positivo, quello in grado di fare la differenza.
E' il messaggio di un ecologismo blu, ossia di un amore - se vogliamo - cristiano e liberale per la natura con l'uomo e non contro l'uomo.
E' il messaggio della libertà individuale e della responsabilità.
E' il messaggio di chi vuole combattere la povertà dell'uomo e dell'ambiente in cui si trova a vivere, e non causarla.
Tutto il resto è packaging. Che il seno sia rifatto o naturale, è soltanto questione di gusti.
(Intervento di Alan Patarga al workshop "Ambiente ed Energia" organizzato il 21 aprile 2008 per gli studenti del Master in Scienze ambientali dell'Università Europea di Roma)